L'età fragile
L'età fragile di Donatella di Pietrantonio ci insegna che, in realtà , un'età fragile non esiste: siamo sempre vulnerabili; abbiamo sempre delle ferite non del tutto rimarginate.
Come preannunciato dal titolo, L'età fragile, è un romanzo che affronta il tema della fragilità umana. Al contrario di quello che ci si aspetterebbe, però, questa non è limitata a una fase della vita specifica: ogni momento ha i suoi dolori e i suoi traumi ed è anche una condizione universale in quanto condivisa da tutti, in un continuo tentativo di ricostruire legami e affrontare il dolore.
• La giovinezza, con le sue scelte difficile e le esperienze traumatizzanti;
• La vita adulta, in cui dominano rapporti complessi:‌ con padri "ingombranti", figlie silenziose ed ex mariti da cui non si riesce a staccarsi del tutto;
• La vecchiaia, con i suoi acciacchi e la solitudine.
E quale momento storico migliore per ambientare un romanzo sulla fragilità , se non quello della massima vulnerabilità contemporanea: la pandemia da CoViD-19?
È in questo frangente che la ventenne Amanda fugge da Milano per tornare al paesello d'origine; qui si rinchiude in camera senza fornire spiegazioni.
In un periodo in cui le fragilità di tutti sono esplose, i dolori di Lucia, la mamma e protagonista, e Amanda assumano un significato particolare.
La narrazione prosegue con Lucia che, nel tentativo di entrare in connessione con il dolore della figlia, ripercorre la sua giovinezza, risvegliando spettri mai veramente sopiti.
È questo il modo in cui Donatella di Pietrantonio inserisce nel racconto il delitto del Morrone, un femminicidio per la precisione, avvenuto negli anni '90 nei boschi dell'Abbruzzo.
La natura è bella per i ricchi, non se devi lavorare come uno schiavo.
Ed è a questo proposito che vorrei spendere due parole sulla concezione della natura che Di Pietrantonio esprime attraverso la sua penna.
Se siamo abituati a una natura incontaminata; un posto idilliaco in cui trovarsi in pace con se stessi; un rifugio sereno a cui fare ritorno, beh... Siamo molto lontani dal modo in cuiDi Pietrantonio ce la presenta:un ambiente oscuro e selvaggio, capace di suscitare paura e inquietudine. Lo sanno bene le due campeggiatrici che, dopo aver visto quelle fronde simili ad artigli non avrebbero visto più nulla.
E lo sa bene anche Doralice che avrebbe visto ancora altre cose, ma nessuna più con gli stessi occhi.
Non solo. La natura è anche fatica e sudore. Lo sa bene il padre di Lucia, che coltiva il suo orto inginocchiato affianco alle piantine di pomodoro perché ormai le ossa non gli permettono più di lavorare come ha sempre fatto.
E lo sa bene anche Lucia che, proprio come farà anche la figlia anni dopo, abbandona il paesello per dedicarsi agli studi: il "lavoro" mentale è meno impegnativo di quello manuale.
La natura è, dunque,una figlia che esige cure e attenzioni costanti. E, come ogni figlia, non è detto che offrirà qualcosa in cambio di tutto quell'amore.
La scrittura di Di Pietrantonio è delicata e intensa.
Ogni frase è scarna e ridotta all'essenziale per risultare più incisiva, più tagliente.
Ogni parola è scelta con cura per rievocare emozioni sopite e mettere in luce i "non detti" che segnano le relazioni familiari e non.
Penso che sia qui la cosa che ho preferito di questo libro: questa scrittura così elegante eppure sempre sobria, mai eccessiva.
Mi sarei aspettata, invece, qualcosa in più per quel che riguarda la trama che procede quasi piatta, senza alcun colpo di scena.
Mi trovo con il giudizio che chi ha detto che si tratta di un buon libro, a cui manca, però, quella scintilla che lo faccia diventare memorabile.
Pare che l'Arminuta sia ancora il miglior romanzo di Donatella Di Pietrantonio e pare proprio che, arrivati a questo punto, dovrò leggerlo.




